La “follia letteraria”

Le radici della follia nell’opera di Luigi Pirandello. (piccolo estratto, tesi universitaria)

Il Novecento è il secolo della crisi di ogni certezza positivistica, del caos interiore e della traumatica perdita d’identità dell’individuo. È la crisi del debenedettiano “personaggio uomo”, minacciato e invaso dall’ “oltre” che è in lui e che lo sovrasta angosciosamente.

Pirandello, che reinterpreta e fa sue le teorie scientifiche di Alfred Binet (Les alterations de la personnalité), ma anche le dottrine della teosofia di Gabriel Séailles, innestandole nel pensiero di matrice goethiana, schopenhaueriana e nietzschiana che ha caratterizzato la sua formazione “teorica”, elabora – partendo dalla constatazione storica, esistenziale, poetica della crisi – la sua originaria poetica umoristica. Di qui, i concetti chiave del doppio, del vedersi vivere e del contrasto tra Vita e Forma:

La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d’arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate, forme che di muovono in mezzo ad altre immobili, e che però possono seguire il flusso della vita, fino a tanto che, irrigidendosi man mano, il movimento, già a poco a poco rallentato, non cessi. Le forme, in cui cerchiamo d’arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremmo sarbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni lo stato in cui tendiamo a stabilirci. Ma dentro noi stessi, in ciò che noi chiamiamo anima. E che è la vita in noi, il flusso continua, indistinto, sotto gli argini, oltre i limiti che noi imponiamo, componendoci una coscienza, costruendoci una personalità. In certi momenti tempestosi, investite dal flusso, tutte queste nostre forme fittizie crollano miseramente; e anche quello che non scorre sotto gli argini e oltre i limiti, ma che si scopre a noi distinto e che noi abbiamo con cura incanalato nei nostri affetti, nei doveri che ci siamo imposti, nelle abitudini che ci siamo tracciate in certi momenti di piena straripa e sconvolge tutto. (Luigi Pirandello, L’Umorismo, Garzanti Editore, Milano 2011, p. 210).

E ancora:

L’uomo non ha della vita un’idea, una nozione assoluta, bensì un sentimento mutabile e vario, secondo i tempi, i casi, la fortuna. Ora la logica, astraendo dai sentimenti le idee, tende appunto a fissare quel che è mobile, mutabile, fluido; tende a dare un valore assoluto a ciò che è relativo. E aggrava un male già grave per se stesso. Perché la prima radice del nostro male è appunto in questo sentimento che noi abbiamo della vita. L’albero vive e non si sente: per lui la terra, il sole, l’aria, la luce, il vento, la pioggia, non sono cose che esso non sia. All’uomo invece, nascendo è toccato questo triste privilegio di sentirsi vivere, con la bella illusione che ne risulta: di prendere cioè come una realtà fuori di sé questo suo interno sentimento della vita, mutabile e vario. (Ivi, pp. 215,216

La follia, in Pirandello, è espressione ed insieme reazione a questo dissidio, che è interiore e sociale; ed è per cui una delle possibili vie di scampo di fronte ai compromessi che il vivere quotidiano impone. […]. Pirandello scrive dell’oscurità che si cela nei rapporti umani; di quell’oscurità che trascina i personaggi ad indagare se stessi e a smascherare gli altri, a svelare l’inganno della condizione esistenziale per poi approdare nella “pazzia” come forza liberatrice.

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“A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito. Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione.”

Il popolo dell’autunno

Dal titolo affascinante, quello di Ray Bradbury è un romanzo fantasy-horror che viene pubblicato per la prima volta nel 1962.

Lo scrittore di Fahrenhet 451, costringe i due protagonisti del romanzo a vivere un’avventura “sinistra”.
Sono Will e Jim, due ragazzi che vivono a Green Town. Assentati d’avventura e amore per la conoscenza, la loro vita viene turbata dall’arrivo in città di un Luna Park, le cui attrazioni sono avvolte dal mistero e popolato da macabri personaggi.
Le loro disavventure iniziano quando vengono a conoscenza delle cose inquietanti che si verificano nel Luna Park, costringendoli a fuggire e a nascondersi da chi vuole farli tacere imprigionandoli là dove tutto sembra scomparire per lasciare spazio solo alla spensieratezza. Può il Luna Park essere solo un’illusione? Può essere solo frutto della fantasia dei due giovani? Con l’aiuto del padre di Will, capiranno che un sorriso può essere un’ottima arma di difesa.

Il romanzo è tutto impregnato di malinconia, con un autunno che manifesta la sua più forte immagine onirica e raffinata, conducendo il lettore a riflettere su una parte fondamentale della vita di ognuno di noi: l’infanzia come luogo della magia.
Spesso accantonata per far spazio nella mente, diviene un inno all’amicizia e alla speranza (condita con un po’ di macabro) ed invita a non rinunciare mai ai sogni, non lasciarli morire e di conservare nel cuore quell’esperienza che ci ricorda che, in fondo, rinunciare ai propri sogni significa perdere un po’ della magia che padroneggiava nella nostra mente di bambino.

“Bisognava correre, in una notte come quella, perché la tristezza non potesse far male.”

L’illusione

Romanzo carico d’amore, disperazione, tristezza, solitudine e illusione, appunto. Federico De Roberto pubblica il romanzo nel 1891 e si inserisce nel ciclo dedicato alla famiglia Uzeda; romanzi volti all’analisi psicologica, puntando i riflettori sul contrasto tra illusione e realtà.

La protagonista è Teresa Uzeda. De Roberto ripercorre la sua vita seguendola dall’infanzia all’età adulta. Lo scenario è offerto da una Sicilia assolata e patriarcale. Privata della presenza dei genitori, Teresa reagisce mostrandosi  capricciosa ed interessata alle cose futili. Da una Firenze piena di vita a Milazzo con il nonno, dove per divertirsi c’è ben poco. L’allontanamento del padre, la morte della madre e successivamente la morte anche della sorellina, aprono in lei una profonda ferita che cercò di colmare con i vari amori che si susseguirono; primo fra tutti il suo primo amore con Enrico Sartana, che verrà contrastato dal nonno che ha altri piani per lei.

Si sposerà con un uomo che non ama, Guglielmo Duffredi, e cercherà di riempire il vuoto con feste mondane e gettandosi tra le braccia di uomini. Da Paolo Arconti ritornando al suo primo amore, Enrico Sartana, viaggiando da Palermo a Roma.

Ad accompagnarla nel suo lungo viaggio c’è Stefana, la sua balia, che le rimarrà sempre a fianco.

La morte del nonno la riporterà a Milazzo. Incontrerà il suo ultimo uomo -un ragazzino- e crederà di aver trovato di nuovo uno scatto vitalistico. Ma ha 40 anni e il manifesto esplicito dell’età che avanza è il suo corpo, che da sempre ha fatto dell’estetica la sua più grande arma.

La risposta che Teresa troverà si riduce ad un unico grande sogno; ad un’unica grande illusione.

Il romanzo si conclude con la presa di coscienza di Teresa della cieca devozione di Stefana nei suoi confronti. Almeno lei l’ha amata di un amore incondizionato.

De Roberto riporta su carta l’essenza dell’aristocrazia siciliana; il suo orgoglio, il suo bigottismo e il suo provincialismo, che si scaglia contro Teresa in quanto testimone di una rottura degli schemi. Pone la sua attenzione sulla condizione della donna in Sicilia, disposta a sacrificarsi e a sacrificare l’amore e rappresenta in maniera eccellente il mondo delle illusioni  che si scaglia – per disintegrarsi- contro la realtà.

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Rispettare “il turno”

Voglio inaugurare questo blog parlando di uno dei pochi autori che è riuscito a toccare quelle corde invisibili che ti fanno tremare la voce, che è capace di lasciare il magone in gola e un velo di solitudine dopo aver girato l’ultima pagina di un libro e letto la sua ultima parola.

Inizierò con Luigi Pirandello, premio nobel per la letteratura nel 1934. Il romanzo è “Il turno”.

Pubblicato nel 1902, è la storia di Pepè Alletto, giovane uomo in attesa del  suo “turno”. La vicenda si svolge in una Sicilia assolata, apatica, asettica, antica. Marcantonio Ravì pensa che la felicità per sua figlia Stellina si possa raggiungere solo attraverso un matrimonio combinato con Don Diego Alcozer, uomo già anziano con alle spalle diversi matrimoni ma con una grande dote che può dare alla giovane ragazza una vita stabile e piena di agi, anche dopo la sua morte. Morte che, secondo Marcantonio, non dovrebbe tardare ad arrivare.

Ma Stellina non vuole, si rifiuta di accettare una vita preconfezionata. Alla fine cederà alle insistenze del padre. Nel frattempo Marcantonio Ravì promette segretamente a Pepè Alletto, un giovane buono ma povero, che alla morte del vecchio gli darà in sposa sua figlia. Il giovane si sente, quindi, in dovere di difendere la ragazza, soprattutto dalle Continua a leggere

Digressione

“Si è così profondi, ormai, che non si vede più niente. A forza di andare in profondità, si è sprofondati. Soltanto l’intelligenza, l’intelligenza che è anche «leggerezza», che sa essere «leggera», può sperare di risalire alla superficialità, alla banalità”.

Leonardo Sciascia, “Nero su nero”